A volte prendo decisioni con l’unica motivazione perché mi va. E, un giorno, ho deciso di smettere di mangiare gli animali. Quel giorno ho aperto un blog. Si chiama Non mangiarmi. Mi spiace, vi aspettavate qualcosa di meglio?

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Il mese scorso ho deciso di cominciare a correre. Da allora sono andata a correre con costanza: ogni due giorni, per almeno un’ora al giorno. Ho perso tre chili e mezzo —un po’ ne avevo bisogno— e adesso, in quell’ora, riesco a fare quasi dieci chilometri. Com’è ovvio, tutti i miei amici, appena hanno saputo (non subito, ho cercato di mantenere un certo riserbo al riguardo all’inizio, ma sai, quando hanno cominciato a chiedere “sei dimagrita?” non ho resistito e mi è scappato che “sì, ho iniziato a correre”) si sono molto preoccupati per la mia salute. In particolare hanno preso molto a cuore la mia idratazione. Alcuni mi scrivono privatamente per domandarmi se ho bevuto abbastanza “dopo quella corsa?”. Altri commentano i tracciati delle uscite che pubblico su Facebook chiedendomi preoccupati cosa dovrò fare “per reintegrare tutti quei sali”. Altri ancora, invece, rispondono postando foto di loro sul divano che fanno zapping, o della pancia quadrata su cui appoggiano le birre da 66. Io all’inizio rispondevo con cortesia e un po’ di orgoglio: sapere che tutte queste persone tenevano così tanto alla mia idratazione mi faceva sentire importante. Poi però ho iniziato a intuire che forse tra le righe di quelle domande si nascondeva lo spettro dell’autoindulgenza. In fondo erano tutte persone che non si erano mai preoccupate per la mia salute, tanto meno della mia idratazione. Adesso che avevo iniziato a prendermi cura di me, si scoprivano fanatici dei minerali?

Chiaramente niente di tutto questo è successo e, a meno che abbiate qualche amico particolarmente volenteroso, davvero in pochi si premureranno di sincerarsi della vostra idratazione proprio quando inizierete a dedicarvi con più attenzione alla cura del vostro corpo.

Quello che è successo, però, è che ho smesso di mangiare animali. Con fatica, un po’ per volta e con la convinzione dell’inutilità politica del mio gesto (sì, amici, non credo che le mie scelte di consumo assesteranno un colpo mortale al sistema di produzione della carne, non sono così presuntuosa!), ho smesso di mangiare cose la cui produzione aveva comportato sofferenze (e sì, i pomodori li mangio anche se gli immigrati di Rosarno ci hanno sofferto, perché per loro sono già riconosciuti diritti fondamentali che qualcuno dovrebbe far rispettare). Credo che le bestie soffrano nella stessa misura in cui soffriamo noi e anche se il mio gesto è velleitario e scomposto, preferisco lavarmene le mani, di quel dolore, e andare a letto pensando che ho fatto il mio, piccolissimo, dovere. Anche se questo ridurrà il mio intake proteico (del quale, fino all’altroieri, a nessuno importava niente). Preoccuparsi della mia salute, o dei motivi per cui faccio quello che faccio, è un’impostura di chi, immagino, ma non mi è dato saperlo, forse non concepisce che altri possano avere dei motivi per fare quello che fanno. È il contrario della cura degli altri. Io ho scelto di non mangiare animali. Lo scelgo continuamente. Lo faccio, e sto bene.

Come quando vado a correre.